I would like to leave this city.
Mi piacerebbe scrivere che l’intento di questo miniblog, questa nuova avventura virtuale è quello di crescere, di esercitarmi nella scrittura, di essere utile in qualcosa come potrebbe essere l’informazione…ma no. Sarà un riportare fine a sè stesso, utile solamente a fissare degli attimi della mia vita, delle sensazioni, delle immagini o dei suoni: qualcosa di fondamentalmente inutile per qualcuno che legge da esterno, una perdita di tempo, una rottura di palle, ecco.
Nello sfacelo totale di giorni tutti uguali (perchè si, più passano i giorni e più mi rendo conto di quanto tutto intorno diventi piatto) riesco ancora a trovare delle note positive, prima tra tutte me ne andrò presto (o quantomeno cambierò stile di vita). Non siamo fatti per rimanere legati tutta la vita ad un solo posto, ad una persona. Tutti abbiamo bisogno di viaggiare, di imparare, di crescere condividendo qualcosa e prendendo con noi parti e storie di altri.
E’ errore comune, storicamente parlando, focalizzare sulle grandi personalità e i grandi eventi quando tutto nasce da qualcosa di più profondo che passa inosservato agli occhi della stramaggioranza: ci sono storie quotidiane, storie di vita che non riusciremmo mai neanche ad immaginare e che troppo spesso sottovalutiamo spinti dall’individualismo e, come se non bastasse, ad oggi, da una società che ci bombarda di futilità strumentalizzate (strumentalizzando noi di conseguenza) atte a celare i veri problemi di fondo.
D’altra parte come recitava Orwell in 1984 “Finchè non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e, finchè non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.” Siamo schiavi della nostra stessa pigrizia e ci piace.
Ci piace pensare quello che vogliono farci pensare.
Ci piace sapere quanti e quali vestiti compra il nostro cantante preferito.
Ci piace avere tutto e subito e chi meglio di LUI può rappresentare questa realtà?
Rimango con un sorriso AMARO sulle note di Bolognina Revolution: ” Posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano”.